Come i divani della nonna.

2 comments

Tre mila opere. Tre mila tra sculture e pitture. Balla, De Chirico, Severini, Morandi, Capogrossi, Savinio, Mafai, Guttuso, Scipione, Carrà, Sironi, Martini, Marini. E poi altri, tanti altri. Roba da far la fortuna del comparto turistico di uno stato intero. Ma noi, salvo 150 opere che a turno trovano spazio nella ritrovata (ha appena riaperto dopo 9 anni, andate!) ma piccina Galleria Comunale di Arte Contemporanea, le teniamo in deposito. Ferme, ben imballate, al sicuro da ladri e da sguardi indiscreti.
E invece potremmo farle girare (più di quanto non si faccia già mandandole in giro per mostre). Forse, anzi, dovremmo farle girare. Girare nel senso di osservare: dovremmo farle osservare da tutti, piuttosto che proteggerle dentro archivi e scatoloni di legno. Dovremmo farle osservare alla gente, restituendole al mondo, a cominciare dai cittadini romani, che di quelle opere sono i proprietari.
Perché ad andare oggi nella galleria sembra di andare in una di quelle case delle nonne, case che in pochi si possono ormai permettere, abitate da uomini e donne molto preoccupati della salute del salotto buono. Sembra una di quelle case dove si mangia solo in tinello e sui divani ci si mette la cerata. Sembra una casa con tante porte chiuse, per risparmiare sul riscaldamento e per preservare i parati. E, vi confesso, quelle case m'hanno sempre fatto un gran tristezza. Ho sempre pensato che se quel divano non lo si voleva usare era meglio darlo via, in prestito, affinché qualcuno intanto ci si sedesse, lo usasse per fare conversazione, per schiacciare un pisolino o per vedersi un film.
Perché le cose che fanno bene devono girare, devono essere usate, anche a costo di rovinarsi un po'.  Vale per i divani e vale, credo, per l'arte. Dipendesse da me, insomma, le darei a chiunque prometta di tenerle come si deve (assicurazione compresa) e accessibili al pubblico. Nei parchi, nelle biblioteche, nei teatri, nelle stazioni. Magari in periferia. Anche perché, è indiscutibile, uno sguardo rovina le cose molto meno di un sedere pesante. 

2 comments

Panda 29 gennaio 2012 00:07

L'analogia col divano mi pare fuorviante: i mobili di casa son di tua proprietà e se vuoi li butti; delle opere d'arte siamo solo custodi, anche a beneficio delle generazioni future.

Luca Sappino 31 gennaio 2012 20:17

Custodi, sì. Ma non carcerieri.