A due anni dall'omicidio di Stefano Cucchi.
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Ho come l'impressione che se ne parlerà poco. Ho come l'impressione che dovremmo parlarne di più, ogni giorno, che dovremmo riprendere il discorso. Quello che cominciamo sempre e lasciamo puntualmente incompiuto, dopo Stefano Cucchi, dopo Giuseppe Uva. Ho come l'impressione che «Tutto ciò non è né esclusivamente né prioritariamente una questione di diritti civili, e nemmeno esclusivamente o prioritariamente una questione umanitaria. Secondo me, al contrario, si tratta di una questione che rimanda al cuore della politica, al suo problema fondamentale e fondativo, che è il rapporto tra cittadino e Stato: lo Stato può chiedere lealtà e obbedienza ai cittadini solo se e fino a quando tutela come sacra la loro incolumità. Parlare di Stefano Cucchi e Giuseppe Uva, quindi, è andare al cuore della politica, e del modo in cui essa possa esprimere bisogni essenziali della collettività: incolumità e identità personale, esigenza di verità, desiderio di giustizia».
Leggete l'intervista di Alessandro Capriccioli a Luigi Manconi. Avrete la mia stessa impressione.






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