L'ALTRO MERITO, QUELLO DEMOCRATICO (l'Altro 2/8/09)

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Ho letto l'articolo di Anna Simone, pubblicato qualche giorno fa sulle pagine dell'Altro, come ho letto l'articolo di Alba Sasso, sul Manifesto. Ho letto quei resoconti di gesta Gelminiane e – sembrerà strano - ho provato un moto di speranza. Sarà stata pure figlia della tristezza, ma ho provato la speranza di poter parlare di formazione e diritto allo studio anche in piena estate, alla faccia di veline e calciatori, alla faccia dell'ennesima ordinanza di qualche sindaco sceriffo. Alla faccia di quanto impone la tradizione, ho sperato che di scuola e università si potesse parlare anche quando a scuola non ci si va più e quando gli studenti fuorisede tornano nei paesi d'origine. Ho sperato leggendo e spero ora scrivendo che noi si trovi la voglia e la forza di parlare ancora, non solo per tenere alta la guardia, ma per confrontarci sulle criticità del sistema formativo italiano.

Il movimento d'autunno - che ha sì brillato e fatto tremare non pochi rettorati e ministeri, ma che temo fosse la riedizione di una lotta stanca - metteva giustamente sotto accusa tagli ed esuberi, la possibilità per gli atenei di costituirsi in fondazioni di diritto privato, e lo smantellamento della scuola elementare pubblica, a favore di quella privata. A questo oggi si aggiunge il “pacchetto università”, con le pagelle agli atenei e i criteri del 'merito', a cui dobbiamo rispondere con rinnovata fermezza. Dobbiamo rispondere che anche per noi, per la sinistra, 'merito' vuol dire efficienza, vuol dire meno sprechi e vuol dire qualità. Ma dobbiamo chiarire che l'efficienza e la qualità devono avere al centro gli studenti, ed i criteri dell'Anvur di questo dovrebbero tener conto, delle case dello studente, delle borse, dell'impatto e dello studio del territorio d'appartenenza.

Il primo problema delle nostre università non è quello di non essere meritocratiche, ma di non essere accessibili a tutti, non essere il luogo del diritto allo studio garantito. Se le università sono diventate i parcheggi di una generazione e di una parte del paese, non è solo un problema di merito, è problema innanzitutto democratico.

Credo si debba chiarire che non siamo quelli che non vogliono riformare le università, il sistema della ricerca, l'intero percorso scolastico. Credo noi si debba svestire a tutti i costi la pesante casacca del “no!”, e non solo perché fa un caldo infernale ed è preferibile girar nudi, ma perché opporsi ad ogni riforma (certamente terribile) con una negazione anziché con una proposta immediata, ad un osservatore disattento (o in malafede) suona come una difesa ad oltranza dell’esistente, una forma di conservatorismo barricadiero. Noi invece dobbiamo dire con forza che di riforme abbiamo bisogno. Anzi, noi avremmo bisogno di una rivoluzione e questa dobbiamo invocare.

Qual è la rivoluzione? Una rivoluzione in primis culturale: considerare l'università solo come un anello di una catena più lunga, che prosegue prima e dopo. Gli interventi cui l’università italiana dovrebbe sottoporsi, anche per tornare ad essere competitiva nel quadro internazionale, sono molteplici e vanno dalla trasparenza e qualità dei concorsi, alla retribuzione della classe docente, dal la lotta ai baronati e alle cattedre fantasma, ai servizi complementari, all'apertura al territorio e al mondo della produzione culturale, scientifica e tecnica. Ma il primo intervento, quello fondamentale per ristabilire 'merito' e 'democrazia', è paradossalmente partire dalla rivalutazione del diploma degli studi superiori. L'idea è semplice. Le università non riescono a mantenere un alto standard qualitativo (a fronte di fondi sempre insufficienti) perché troppo impegnate a rispondere all’esigenza quantitativa, a rispondere alle necessità di migliaia di studenti giustamente insoddisfatti del sapere assunto e fatto proprio durante il percorso di studio precedente. Credo noi si debba tornare ad immaginare un mondo dove per trovare lavoro basta anche un diploma (perché di buona qualità) sia tecnico che umanistico e dove per determinare se stessi ci siano alternative al conseguimento di una laurea. Vorrei un mondo dove l'università non sia un obbligo, unico modo per raggiungere dignitosi livelli di consapevolezza. Immagino un mondo dove la cultura sia diffusa nella società e nei territori, anche sganciata dai canali accademici.

Per risolvere il nodo universitario, credo si debba partire dai licei e dagli istituti tecnici, dall'offerta complessiva di saperi e conoscenze delle nostre città.


Luca Sappino
(pubbllicato su l'Altro del 2 agosto 09)