RIFLESSIONI DA DEMOCRATICPARTY
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Luglio a Roma è un mese caldo e un po' per trovar rinfresco, un po' per la forza dell'abitudine o per la sincera voglia di veder volti amici, spesso mi ritrovo a passare le serata sul viale di Caracalla, in quella che fu la festa dell'Unità e che oggi è il DemocraticParty. Ci vado nonostante i prezzi alti e l'atmosfera da sagra commerciale, ci vado nonostante sia una festa di partito ormai tutt'uno con l'estate romana e le bancarelle lungo il Tevere. Ci vado e ci resto fino a tardi, mi godo il fresco e chiacchiero con tanti compagni e alcuni amici.
Come successo anche ieri sera, si parla a lungo, ripetendosi e in maniera scomposta, ma fa parte del gioco ed è bello per questo: sono dibattiti spontanei, nati attorno ad un tavolino di plastica bianca, sotto un'insegna della Peroni (unico tono rosso in tutto il viale), sorseggiando una birra o aspettando il classico e immutabile panino con la salsiccia. Vado e chiacchiero volentieri, ma non sono mai soddisfatto. Io sono “quello di Sinistra e Libertà” e anche se sarebbe bello e utile parlare di politica con me, di ciò che ci divide, di ciò che ci unisce, questo è impossibile. Due sono i grandi temi di cui si parla tra gli stand: il congresso e le alleanze. Io sono “quello di Sinistra e Libertà” e a me si chiede solo chi sosterrei se fossi nel Pd e con chi andrò una volta tornato all'ovile (loro ne sono proprio convinti, è inutile continuare a spiegarli che il mio ovile è altrove, da costruire vicino ma altro rispetto al loro). Bersani, Franceschini o Marino? Rispondo che non lo so, che non mi interessa, ma se proprio dobbiamo giocare dico “Bersani”.
Io sono “quello di Sinistra e Libertà” e su di me si riversa quella che è la più grande fobia collettiva del partito democratico. Pensavo fosse un male solo veltroniano e sintomo semmai dell'opportunità e del calcolo politico, ma quella che potremmo chiamare 'nanofobia', la paura del pluralismo, la paura della mediazione culturale, la paura di essere scacco di minoranze, è diffusa fino all'ultimo dei volontari. I democratici sono tutti bruciati dall'esperienza dell'ultimo governo Prodi. E anche se non è possibile dargli torno, anche se hanno ragione da vendere, perché la gara a chi dissentiva di più era un teatrino ignobile, mi sconcerta la loro rabbia, la loro reazione del tutto fuori misura. In molti arrivano a sostenere che, in fondo, lo sbarramento al 4% è pure poco, perché se hai un milione di voti (ma anche 2 o 3) non rappresenti nessuno e non hai diritto di minare le mie possibilità di governo, la mia capacità di restare al governo. È un delirio governista. Non c'è differenza tra un partito-persona che raccoglie lo 0,3% e uno che raccoglie il 4 o il 5% dei consensi. Non c'è differenza perché dai comunque fastidio. Comunque potresti stare nella bella e spaziosa casa democratica, comunque potresti tentare la convivenza portando (annacquando) le tue istanze e le tue convinzioni nel partito che è sempre un congresso. L'idea che il pluralismo non sia solo un impiccio, ma che possa essere anche la forma più alta di governo, non è più di moda a Caracalla. Sono in pochi a riconoscere ancora che se le alleanze di governo si fanno su programmi precisi e missioni definite, se gli imprevisti e la quotidianità si governano senza esasperazioni, senza agitar bandiere, con spirito di confronto e forte volontà di analisi, stare insieme è possibile. Stare insieme, governare insieme è sempre meglio, purché non si faccia come con l'ultimo governo Prodi. Ma sono rimasti troppo scottati i governisti democratici dalle eccessive (forse a volte veramente eccessive e pretestuose) bizze dei nostri dirigenti radicali. E allora l'alleanza si può fare – dicono - anche se non pesi poi molto, solo perché altrimenti non ce la facciamo e l'importante è stare al governo, anche se poi si governa senza una direzione, si galleggia, pare pura opportunità.
Quando parliamo davanti alla birra, attorno al tavolo di plastica bianca, sotto l'insegna rossa della Peroni, i compagni democratici mi dicono che noi siamo alleati inaffidabili, nelle migliori delle ipotesi troppo rumorosi, che fantastichiamo e che siamo ideologici (una vera ingiuria!). Io provo sempre a rispondere così, a rispondere che c'è un altro modo di fare alleanze di governo o di condurre assieme battaglie d'opposizione, provo a spiegargli che si litiga in due, che da soli è difficile prendersi a pesci in faccia, e che se la sinistra radicale ha tirato troppo forte, c'era evidentemente qualcuno che teneva il guinzaglio troppo corto. Provo a sostenere che lo scontro tra alleati di governo si può anche evitare. Sostengo che le allenze – quando non riuniscono nel nome del governo e dell'antiberlusconismo tutte le forze della prima repubblica, come fu l'Unione – possono anche vivere serenamente le dinamiche del dissenso.
Alla fine alcuni condividono, dicono che in fondo si può fare, notano che in molti territori funziona, però per tanti io che sono “quello di Sinistra e Libertà”, quello che scommette su un partito che ancora non c'è per poter rispondere in altro modo a bisogni disattesi e paure diffuse, sto difendendo solo la posizione di potere e la capacità di ricatto del mio partito. Molti condividono la necessità di un nuovo centrosinistra, ma non tutti. E non perché si sia troppo distanti, non perché ritengano impossibile trovare pochi ma solidi punti programmatici di sintesi, non figli del compromesso ma della condivisione, no. In molti trovano ormai 'vecchia', 'inutile, persino 'dannosa' ogni forma di dissenso, ogni forma di indipendenza, ogni voce fuori dal coro, sia esso il coro di un'alleanza di governo sia esso il coro interno al partito. La Serracchiani propone di spedire i dirigenti che stonano rispetto alla linea ufficiale del PD, rispetto al verbo del segretario, ad attaccare manifesti la notte, come se poi sporcarsi di colla fosse un'onta intollerabile. Si discute, si vota e poi zitti e mosca, guai a chi alza la voce. La Serracchiani però non è la sola a pensarla così.
La sera cammino tra gli stand del DemocraticParty in cerca di fresco e trovo spesso compagni con cui scambiare due parole o un saluto. Nel partito democratico però ormai in tanti non tollerano voci stonate, in tanti si sono innamorati prima dello sbarramento sempre e comunque - convinti che ci siano voti che valgono meno di altri – e poi si sono adeguati alla contrappasso della Serracchiani. Alle terme di Caracalla trovo amici, ristoro e aria fresca, ma sono sempre più convinto che il Pd non potrà mai essere il mio partito: io anche voglio stare al governo e ci voglio stare da sinistra, ma non posso rinunciare alla centralità del confronto politico e culturale, alla centralità della discussione anche più aspra. A me il dissenso piace, lo trovo stimolante.
Luca Sappino



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