Saranno certamente bombe sobrie.

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«Le bombe andranno sugli Amx, ma non sui predator», e saranno «bombe di precisione», ha puntualizzato il ministro Di Paola. Ma pare che, oltre ad esser intelligenti, queste bombe siano anche sobrie, così fascinose nei loro loden e così folgoranti d'umorismo britannico. Altrimenti non si spiega perché quando la stessa identica nefandezza guerrafondaia la disse quel bruttone del ministro La Russa, nell'ottobre del 2010, le voci di sdegno dell'allora opposizione parlamentare si levarono compatte (pur votando poi ordinate ogni rifinanziamento), mentre oggi tutto tace. Le bombe del governo tecnico sono meglio di quelle di Berlusconi. E deve essere la solita questione di stile.

Come i divani della nonna.

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Tre mila opere. Tre mila tra sculture e pitture. Balla, De Chirico, Severini, Morandi, Capogrossi, Savinio, Mafai, Guttuso, Scipione, Carrà, Sironi, Martini, Marini. E poi altri, tanti altri. Roba da far la fortuna del comparto turistico di uno stato intero. Ma noi, salvo 150 opere che a turno trovano spazio nella ritrovata (ha appena riaperto dopo 9 anni, andate!) ma piccina Galleria Comunale di Arte Contemporanea, le teniamo in deposito. Ferme, ben imballate, al sicuro da ladri e da sguardi indiscreti.
E invece potremmo farle girare (più di quanto non si faccia già mandandole in giro per mostre). Forse, anzi, dovremmo farle girare. Girare nel senso di osservare: dovremmo farle osservare da tutti, piuttosto che proteggerle dentro archivi e scatoloni di legno. Dovremmo farle osservare alla gente, restituendole al mondo, a cominciare dai cittadini romani, che di quelle opere sono i proprietari.
Perché ad andare oggi nella galleria sembra di andare in una di quelle case delle nonne, case che in pochi si possono ormai permettere, abitate da uomini e donne molto preoccupati della salute del salotto buono. Sembra una di quelle case dove si mangia solo in tinello e sui divani ci si mette la cerata. Sembra una casa con tante porte chiuse, per risparmiare sul riscaldamento e per preservare i parati. E, vi confesso, quelle case m'hanno sempre fatto un gran tristezza. Ho sempre pensato che se quel divano non lo si voleva usare era meglio darlo via, in prestito, affinché qualcuno intanto ci si sedesse, lo usasse per fare conversazione, per schiacciare un pisolino o per vedersi un film.
Perché le cose che fanno bene devono girare, devono essere usate, anche a costo di rovinarsi un po'.  Vale per i divani e vale, credo, per l'arte. Dipendesse da me, insomma, le darei a chiunque prometta di tenerle come si deve (assicurazione compresa) e accessibili al pubblico. Nei parchi, nelle biblioteche, nei teatri, nelle stazioni. Magari in periferia. Anche perché, è indiscutibile, uno sguardo rovina le cose molto meno di un sedere pesante. 

Il programma di Bersani e Faruk. Non una parola sui diritti civili.

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«Sarà questo progetto che il Pd ha preparato con il metodo della più ampia partecipazione alle decisioni, la base del confronto con le altre forze politiche di opposizione per decidere quale programma certo, credibile ed esigibile, proporre agli italiani in alternativa al governo del centrodestra.»  

Bersani, Faruk e tutti i loro amici democratici hanno preparato una brochure con le loro idee per «l'alternativa al governo del centrodestra». Nel far notare loro che il governo non è più «del centrodestra», almeno non più esclusivamente, bensì anche loro e che quindi, più che un programma per l'alternativa, ci si sarebbe aspettato un programma per lo svolgimento, faccio modestamente presente che non una riga è stata spesa sui diritti civili. 
Se aprite il pdf e cercate la parola "diritti" compariranno 33 risultati. 
Troverete i diritti di cittadinanza, i diritti dell'infanzia e quelli dell'adolescenza, i diritti umani fondamentali, i diritti sindacali, i diritti dei detenuti, i diritti dei migranti, i diritti dei lavoratori della cultura, quelli degli studenti e quelli dei docenti, i diritti sociali e previdenziali, e pure i diritti del libero mercato. Ma niente diritti civili. La democratica mediazione e «la più ampia partecipazione alle decisioni» ha prodotto un programma dettagliato, ma non ha trovato uno spazietto manco per i Pacs, figurarsi i matrimoni e le adozioni. Niente.
I futuri alleati (e gli elettori) sono avvertiti. Sarà dura.


Tu sei il traffico.

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«Vorresti anche a Roma l'area C introdotta a Milano?». Per adesso risponde sì il 69%, ed è una buona notizia, nonostante 1641 votanti non siano poi molti e anzi si possano considerare un campione pressoché insignificante.
Io, tanto per la cronaca, ho votato sì e, ovviamente, vi invito a fare altrettanto, che non si sa mai serva a qualcosa, riesca a condizionare le scelte di qualche partito. Aggiungo però una cosa. Per quanto mi riguarda credo che a Roma l'unica scelta risolutiva, che permetta di investire con certezza di rendimento sui mezzi pubblici di superficie, che esalti la bellezza delle nostre piazze, la loro vocazione turistica, commerciale e di socializzazione, sia quella della pedonalizzazione integrale, con permessi solo per disabili e mezzi d'emergenza, e carico e scarico solo in ridottissime fasce orarie mattutine. Niente permessi a prezzo, nessun compromesso. In centro si entra solo in bici o con i mezzi pubblici (prima autobus, poi con calma tram) o in condivisione (carsharing&co) ovviamente potenziati. Le consegne si fanno con cargobike, o piccoli van elettrici. Tutte fuori, invece, le macchine. A prescindere dal reddito di chi le guida e a prescindere dal valore assegnato alla propria pigrizia. Perché il diritto che dobbiamo pretendere è alla mobilità e all'accessibilità dei servizi. E le macchine, tra gli strumenti a disposizione, è quello che più ci illude, che più ci fa sentire capaci di esercitare quel diritto, ma che in realtà più ci allontana, più lo rende un miraggio. Perché il motto è sempre lo stesso: «Non sei bloccato nel traffico. Tu sei il traffico».

A Grillo sta sulle scatole Faruk. E non lo vuole far votare.

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Dice Grillo che la proposta di legge sullo ius soli è «senza senso». Dice che è una roba buona solo per «i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri». Dice proprio «deliri». E verrebbe da cogliere la sua provocazione, verrebbe da dire che è vero è «senza senso», perché sono senza senso i confini, perché è senza senso ogni carta che pretenda di stabilire diritti diversi per uomini uguali. Verrebbe da raccogliere la provocazione e dire che è vero, che lo Ius soli è «senza senso» perché è un compromesso, che la terra è sempre la stessa, sempre uguale, lei e le ambizioni di felicità dei poveri cristi che ci camminano sopra, e che dovremmo tutti poter incidere su quel che accade altrove, visto che ciò che accade altrove incide su di noi. Ma questa, purtroppo, non è una provocazione. Beppe dice sul serio, tremendamente sul serio: a Grillo sta sulle scatole Faruk. E non lo vuole far votare.

Conosci Storace?

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Eccone un altro che prova la campagna ad effetto. Che succederà mai a Roma il 4 febbraio? Lo sbarco degli alieni? Una vincita collettiva al superenalotto? Si paleserà Faruk? No, niente di tutto questo. State tranquilli. Ci sarà la manifestazione di Storace contro il governo Monti. «Un governo che ruba ai cittadini» dicono. Esattamente come il manifesto che vedete. 

«Lì una volta vendevano giornali e fumetti porno».

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Dispone il governo Monti: «Gli edicolanti potranno praticare sconti sulla merce venduta e defalcare il valore del materiale fornito in conto vendita e restituito a compensazione delle successive anticipazioni al distributore. Inoltre, gli edicolanti potranno rifiutare le forniture di prodotti complementari forniti dagli editori e dai distributori e potranno altresì vendere presso la propria sede qualunque altro prodotto». Qualunque altro prodotto.
Dunque, centristorici, località turistiche, sciistiche o affini, dite pure addio ai chioschi dei giornali. O meglio, non se non al chiosco, dite addio ai giornali. Il chiosco probabilmente resterà ben piantato nella sua privilegiata posizione, in mezzo alla piazza, all'incrocio delle vie, davanti al museo, sul lungomare, ma sarà solo un ricordo del chiosco che fu, com'è già in alcune più sfortunate e turistiche zone, a Roma, ad esempio, a piazza Navona. Venderà souvenir, chincaglierie, palette per la sabbia, se la spiaggia è vicina. Niente più giornali, niente più fumetti porno sullo scaffale più alto. Con buona pace del romanticismo, alla faccia della tradizione, anche estetica, ma soprattutto alla faccia della qualità della vita dei centri urbani, alla loro capacità di combinare residenzialità, commercio e turismo. Pare serva ad uscire dalla crisi. Più efficace di un piano di edilizia pubblica, più delle garanzie sui mutui, più degli asili nido. Pare si smuovano miliardi. Pare.

Salvare l'Europa senza colla sui muri.

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I Radicali Roma hanno messo un nuovo manifesto di Sel (di cui adesso parliamo male, ma voi segnatevi l'appuntamento e venite lo stesso) sul blog manifestoabusivo.blogspot.com. E hanno fatto bene. Perché, io credo, la sinistra può benissimo «salvare l'Europa e l'Italia» senza litri di colla e tonnellate di carta.
E se è vero che oggi a Roma o fai così o non ti si vede né sente («perché siamo un paese dove in rete non va nessuno», «perché sui giornali parlano solo di grandi partiti» etc etc, come se fosse per questo legittimo arrangiarsi così) è vero anche che se proprio i partiti più piccoli, quelli che più soffrono in questo sistema dopato, perché hanno meno risorse per competere, non la smettono di attaccare carta su carta, giocando al rialzo - perché serviranno sempre più manifesti, sempre di più, in un circolo vizioso di cui fa le spese la città - non se ne esce. E si continuerà a far sfregio della legalità, attaccando sui muri della città la rappresentazione più immediata della cattiva politica. 
Dunque, invece, possiamo salvare l'Europa e l'Italia senza colla. Potremmo, ad esempio, promuovere un patto tra le forze che vogliono smettere di attaccare su ogni supporto valido e che però non hanno il coraggio o la forza per, da sole, arrestare il circolo vizioso. Se a smettere siamo tanti, magari tutto il centrosinistra, tutto cambia. E, se l'Europa magari non si salva, Roma sì, sicuramente.