- Se è vero come è vero che le lenticchie portano soldi, gli italiani non devono averne mangiate abbastanza durante le feste: questo 2010 non pare portatore di particolari fortune. Per non tirare in ballo la sfiga – che è troppo comodo - diciamo pure che è la continuità il nostro problema. A partire dalle vicende dell'Ispra - di quei ricercatori (ovviamente quasi tutti giovani!) lasciati, da capodanno senza più contratto, arroccati su un tetto da un ministro indifferente - pare non siano serviti a nulla i tanti desideri di pace e prosperità. E allora, se continuità dev'essere, tanto vale andarsi a riprendere un altro dei ricordi del 2009. Un ricordo che, come fa per un verso il caso Ispra, racconta il paese parlando dei giovani; conferma, a chi non fosse ancora persuaso, che la crisi stende tutti, ma per terra, impossibilitate a rialzarsi, lascia soprattutto le giovani generazioni.
Era ancora novembre e c'era una cosa sul piatto di cui, soprattutto oggi, a sangue freddo, vale la pena parlare: una polemica durata pochi giorni e scatenata da Pier Luigi Celli, direttore della LUISS, una tra le più blasonate università private, l'università di Confindustria, con sedi nel cuore della Roma che conta, quella Roma che conta tanti soldi e opportunità.
Le opportunità garantite ai figli dai padri.Celli pubblicò su Repubblica una lettera indirizzata al figlio. Quel privatissimo gesto d'affetto - non so se ricordate - faceva più o meno così: “Vai figlio mio, parti e non tornare, questo paese non fa per te”. In sintesi? “Qui non c'è futuro” diceva Celli al pargolo neolaureato.
Si alzò un polverone, ma la polvere - si sa - si posa in fretta. Intervennero un po' tutti: qualche cattedratico, le delegazioni giovanili dei partiti, il ministro Giorgia Meloni e anche lo stesso Napolitano, anticipando quando poi detto nel tradizionale messaggio di fine anno, tutto incentrato su giovani e riforme. “Giovani qui, giovani lì, giovani su, giovani giù”: tutti ne parlano, ma trovare qualcuno con qualcosa da dire è un'impresa più che ardua.
Ci fu chi apprezzò la provocazione e chi fu duro. Anche e soprattutto perché l'ultimo libro di Celli uscì in libreria proprio in quei giorni e non furono in pochi a pensar male. “Una provocazione che specula su un problema gravissimo, il destino delle giovani generazioni – accusava un volantino distribuito in quei giorni - non può essere usato per scopi promozionali.”
E poi ci furono gli studenti Luiss, le ricche matricole da 10mila euro l'anno: “Se Celli mi avesse detto per tempo che qui in Italia non ho futuro – scrisse su un blog uno stizzito studente di economia – non so se avrei studiato in questa università, pagato tutti questi soldi per poi garantirmi solo un invito ad andar lontano”. Voci contrarie e alcune a favore. La polvere calò, una volta per tutte, quando il figlio di Celli, il neo ingegnere Mattia (laureatosi, peraltro, in un'università pubblica) fece sapere che lui a partire non ci pensava proprio. “Caro Papi io resto qui”, fine della polemica e della promozione. Venduti - in tempo per Babbo Natale - i libri di Celli, non se ne parlò più.
Opportunità di studio, lavoro e autonomia.Fu fatto silenzio perché a nessuno, in realtà, importa realmente ciò che questo paese offre ai giovani. E lo dimostrano – in una recente puntata di AnnoZero – le risposte cretine date dal viceministro leghista, Roberto Castelli, a Barbara Evola, un'insegnante precaria siciliana. Un riassunto del sorprendente dibattito? Barbara raccontava che vuol dire mantenere se stessi ed una famiglia con contratti che durano meno di un cartone di latte, e Castelli rispondeva che il suo Governo ha fatto molto (e infatti quest'anno gli insegnanti precari che perderanno il lavoro in Sicilia saranno quasi 7mila, ndr), ma precisava che la pappa pronta non c'è e che i giovani devono pur faticare. Barbara sommessamente concluse: “D'accordo Onorevole, ma nessuno qui vuole la pappa pronta: è solo che io ho 36 anni, giovane non sono più, faticare ho faticato, e voi il lavoro me lo togliete lo stesso”. Ecco, appunto.
Il nostro problema è che “talento”, “impegno” e “ricambio generazionale” sono bandierine sventolate di tanto in tanto, sotto elezioni o durante la cerimonia d'apertura dell'anno accademico. Sono un po' un passatempo. Della serie: “Non ci sono più le mezze stagioni” dice uno, “Sì è vero. E questo non è un paese per giovani” risponde l'altro. Al massimo banalità. Eppure se c'è una definizione, un'etichetta che raccoglie i problemi più urgenti vivi nel nostro paese, questa è proprio “questione generazionale”.
Non solo scuola.Per rispondere ai giovani e impedire che - invitati da Celli – se ne vadano tutti all'estero, non basta intervenire sui percorsi di studio e di formazione. Non basta, ed è meglio lasciar perdere se il piano di ristrutturazione è quello degli “infallibili” Gelmini e Tremonti, se l'obiettivo è – come al solito - puntare sul privato, a danno della scuola pubblica e di tutti. Tante volte, anche qui su zai.net, abbiamo suggerito interventi più o meno impegnativi per un'altra idea di scuola e di università, finalmente europea. Ma non basta, e per questo la “questione generazionale” è la questione di tutto il paese, perché non riguarda solo la formazione, né esclusivamente i luoghi tipicamente dei giovani. Riguarda soprattutto quello che c'è dopo, ciò che si incontra fuori dai recinti protetti. Cosa c'è? Un lavoro, una casa, una città da vivere. Si spera. Una scuola e un'università di qualità sono solo il primo passo, ma non quello risolutivo: perché se “questione generazionale” è l'etichetta per l'archivio, la parola chiave del dossier deve essere “autonomia”. “Non serve a niente una scuola dorata in una società di merda”, si diceva del 68.
Città, casa e lavoro.Viviamo in città che respingono i giovani, che negano spazi e riducono orari. Con questo dobbiamo confrontarci: non c'è autonomia nelle nostre città. Non puoi neanche muoverti se mamma e papà non ti prestano la macchina. Uscire la sera o andare il pomeriggio in centro con i mezzi? Molto, troppo difficile. Viviamo in città che comprimono, che non ti fanno muovere. E per essere autonomi e crescere – autodeterminarsi, è termine troppo retrò – servono sì spazi e servizi adeguati. Ma non solo, serve anche e soprattutto un lavoro. O almeno serve la prospettiva di un lavoro. Non sviluppano certo autonomia le serie infinite di stage e tirocini. E non mi si dica che è il mercato che offre solo questo. Sono le leggi che lo permettono, punto e basta. Leggi sbagliate da cambiare subito. Altrimenti ha ragione il buon vecchio Celli che, tenendo ai giovani, immagino non abusi di tirocinanti e collaboratori a progetto.
Genera autonomia una casa. O almeno una stanza. Volete che i giovani restino? Cominciate a costruire studentati come se piovesse. Case dello studente per tutti, anche per chi studia nella città in cui è residente, e se possibile con tutti i piloni al posto giusto, che altrimenti poi succede come a L'Aquila e tocca piangere i morti. Perché l'autonomia è anche dalla propria famiglia. Però lo studentato va lasciato presto, il nido si deve allargare, fosse anche solo per stipare meglio libri e cd. Affitto è la parola chiave per un giovane che ha bisogno di potersi muovere senza troppi impicci, rincorrere le opportunità. Case nuove non ne servono tante, basta riempire tutte quelle lasciate vuote. Solo a Roma è vuota una casa su sette, per un totale di 250 mila, e a Milano, in percentuale, sono pure di più. Volete che i giovani non vadano via? Affitti detraibili, contributo dello stato (una cifra seria per cortesia e non provate a straparlare di prestiti più o meno onorevoli!) per i primi anni e agevolazioni per il proprietario che affitta alla luce del sole. Non è difficile, ce la potete fare. Anzi, se fatto tutto col dovuto impegno, avanza anche qualcosina per rendere più accessibili cinema, librerie, musei e teatri. Perché autonomi sì, ma la vita non può essere solo studio e lavoro. Soprattutto a vent'anni.