
AMORE CIVILE, DAL DIRITTO DELLA TRADIZIONE AL DIRITTO DELLA RAGIONE: UN LIBRO CHE PROPONE UNA RIVOLUZIONE. INTERVISTA A GUIDO ALLEGREZZA
Amore Civile, edito dalla piccola Mimesis e nelle librerie dai primi di novembre, è un libro contro la famiglia. Anzi no. È un libro per la famiglia. Anzi no. È un libro sulle famiglie possibili e, senza nessuna retorica, sull'amore. Perché nell'Italia della crisi e della precarietà, dove poche sono le famiglie “normali” che reggono ancora, di amore ce n'è comunque tantissimo, e le forme che assume sono tante, più di quante il dibattito pubblico lasci intendere. Amore Civile, su questi vincoli affettivi, avanza una proposta di riforma: perché di famiglie, oltre quelle degli spot tv, ne abbiamo un po' di tutti i tipi e le leggi non riescono a stare al passo.
Nel libro di famiglie ce ne sono tantissime, dalla libera unione, già coppia di fatto, alle comunità intenzionali, che sanno un po' di comune hippy. Siamo veramente così variegati?
Assolutamente sì. Per dirla con una battuta, in Italia ci sono famiglie per tutti i gusti. Ma quello che è importante non è tanto che ci siano nella realtà sociale ma che esse abbiano un riconoscimento giuridico, che ad esse siano associati dei diritti e dei doveri e quindi tutte le tutele che l'ordinamento riserva alle situazioni tradizionali, al matrimonio religioso con effetti civili e al matrimonio civile. Questo soprattutto a tutela delle persone che in quelle relazioni vivono una condizione di debolezza.
C'è insomma un'esigenza di regole?
É un'esigenza di regole sul piano giuridico, perché senza regole non esistono diritti e non ci sono protezioni. Ma è un'esigenza anche di carattere sociologico, quindi di riconoscimento sociale e di accettazione di una realtà di fatto che deve assumere una configurazione politica.
Quello che proponete è un codice, un diritto di famiglia, che non impone ma regola un presente.
Diciamo che quanto contenuto in Amore Civile è il frutto della collaborazione di numerosi professionisti del diritto, dell'antropologia, della sociologia, della psicologia e di altre discipline sociali che tende a prender atto della mutevolezza della nostra società e propone uno schema elastico di norme all'interno del quale le formazioni familiari e “para-familiari” - come le abbiamo definite - trovino una collocazione adatta e sufficientemente ampia per le aspirazioni affettive e solidaristiche di tutti.
Detta così sembra un codice fatto esclusivamente di affetto e sentimenti. Era questa l'intenzione?
Il titolo completo di questo libro è, non a caso, “Amore Civile, dal diritto della tradizione al diritto della ragione”. Perché attraverso una riscrittura delle regole, partecipata e improntata alla massima laicità, abbiamo cercato di tracciare una strada utile – e lo dico con una battuta – a eliminare il patrimonio dal matrimonio, lasciando al centro l'affetto e riconoscendo all'affetto e ai sentimenti il ruolo di cemento della società.
Parlando del libro con amici e colleghi in alcuni è emerso un timore, un sentimento di minaccia, la paura di perder qualcosa rispetto agli ordinamenti fin'ora conosciuti.
Non mi stupisce affatto, anzi. Quando si producono delle forze di cambiamento c'è sempre e comunque una reazione da parte di chi vede nella tradizione un luogo sicuro. A queste persone però bisognerebbe dire che i luoghi sicuri sono sì accoglienti ma, se troppo isolati, rischiano di diventare delle tombe.
È un'immagine forte...
Ma rende l'idea. Temo che a furia di non voler seguire il mondo che si muove, di restare ancorati alle tradizioni, ad esser danneggiate saranno le famiglie stesse, la società e – soprattutto – la politica. A far finta di non vedere i cambiamenti si rischiano momenti di tensioni tutt'altro che utili.
Abituati a quanto fino ad oggi discusso, dai Pacs ai Dico, frutto di mediazioni e compromessi sempre al ribasso, quello che si propone nel libro sembra un sogno...
Non sembra: è un sogno! È un progetto ambizioso che non fa i conti con le mediazioni e con gli interessi di bottega, che si pone sul piano della laicità assoluta e affronta il problema semplicemente considerando quali sono i punti di equilibrio tra le esigenze degli individui e quelle della società.
Detta così, da noi, sembra fin troppo faticoso. C'è lo spazio politico per realizzare l'impresa?
Bhé, se in Italia ci fosse lo spazio politico per un progetto di riforma così avanzato, l'avremmo già fatto. Il problema molto serio è che da noi va creato ancora lo spazio culturale.
E allora cos'è una provocazione?
Forse in parte sì. Ma è una provocazione di quelle buone, l'innesco di un cambiamento culturale, utile non solo a produrre nuove e adeguate leggi, ma soprattutto a migliorare il livello complessivo del dibattito pubblico.
Qual è l'avversario più temibile?
Le resistenze che avremmo affrontato fino a ieri, oggi sono amplificate della crisi economica, che spinge verso conservatorismi sconosciuti in anni più felici. Dobbiamo scontrarci con la volontà, anche figlia della paura, di non dare un riconoscimento pieno e giusto a tutte quelle forme di diversità (non solo quelle sessuali o dell'identità di genere, ovviamente) da un incomprensibile, ma rassicurante, criterio di normalità.
Qualche tempo fa, durante una delle manifestazione di solidarietà alle vittime di violenza e contro l'omofobia, tanti furono i fischi indirizzati a Dario Franceschini, allora ancora al comando del Pd...
Il politico che viene fischiato fa i conti con la sua coerenza. Se in piazza si dice una cosa, ma poi alla stampa o in Parlamento si dichiara il contrario, non ci si deve stupire che qualcuno chieda il conto.
Tanta delusione per le tante promesse mai mantenute.
I fischi rappresentano la delusione di una comunità che si è sentita illusa e che ha visto, di conseguenza, depauperare il proprio patrimonio umano creato dopo gli anni 60. Ma chissà non sia proprio tutta questa delusione accumulata la scintilla necessaria all'innesco del cambiamento.
Potrebbe tornare utile un'ennesima apertura del “compagno” Fini e della sua fondazione così progressista?
Fini è un signore elegante e di buone maniere - anche quando usa le parolacce. Però è pur sempre l'esponente di spicco di un partito fortemente conservatore che in coalizione se la fa con un partito neofascista come la Lega. Noi di compagni Fini non abbiamo bisogno. C'è da valorizzare un enorme territorio, a sinistra del Partito Democratico, dove c'è tanta gente che ha voglia di fare e pensa liberamente. Noi a quella gente dobbiamo dedicarci, quella dobbiamo stimolare e impegnare.
Luca Sappino